Cerca nel blog

giovedì 26 aprile 2012

LE TESSITRICI ( Capitolo XVI ) - FINE -


Capitolo XVI
CAMBIO DEL TESTIMONE


Immagine reperita da web

(IL FILO VA ,IL FILO VIENE:
TRAMA E ORDITO E IL TESSUTO TIENE)

Quel giorno Clessidra sentiva che c'era nell'aria qualcosa d'importante per lei,
lo capiva da come la guardava Anna, ma aveva deciso di non chiedere e aspettare. E il momento arrivò.
 Anna la chiamò in disparte, mentre le altre finivano di pranzare
- Prendiamo insieme il nostro caffè – le disse- Vieni!  Usciamo!
Portarono fuori il loro vassoietto con le tazzine fumanti,
l'appoggiarono sul grazioso tavolino di pietra grigia tra le ortensie in fiore, e si sedettero sulla panchina vicina, anch’essa della stessa pietra del tavolino, ma un po’ più modellata dall’uso e dal tempo.
-Dimmi!- le disse Clessidra - Sapevo che mi volevi parlare!
-Bene – cominciò Anna – sarà più semplice farlo. Conto su di te. Solo questo volevo dirti. Ti passo il testimone.
-Cosa significa? Hai sempre potuto contare su di me. Ma cosa significa che mi passi il testimone?
Allora Anna le spiegò meglio, l'informò sulla sua partenza spiegandole che sarebbe diventata lei la guida.
Clessidra, la guida- Chi l’avrebbe immaginato mai?
Clessidra quasi balbettò – Non posso, sai che non posso.
-Ti stupirai, scoprirai di quanto tu sia capace.- Continuò Anna -Tu sei forte, e sei la più affidabile di tutte. Credici. Il dottore ti aiuterà, lui ti adora.-
Anna parlò con tono da comandante, come chi sa farsi valere.
Non si poteva replicare, aveva già tutto deciso.
Clessidra avrebbe voluto farla ragionare, dirle che c’era troppo da fare, che non aveva le forze. Ma non parlò. Era troppo stordita per replicare e troppo abituata a dire sì. Doveva ancora imparare a dire no. Intanto sapeva farsi amare.
L’alba è un momento giusto per la partenza, lo sapeva bene Simona, che non aveva visto la mamma partire per questo motivo.
E arrivò l’alba della partenza di Lola, Rosa e Anna. Non lo avevano detto alle altre tessitrici, solo il dottore sapeva ed era pronto ad accompagnarle con la sua mini color panna, vecchissimo modello.
 Andarono via come ladre, ma erano chiamate dalla loro vita: Lola doveva raggiungere l’ospedale per curare i suoi polmoni, Rosa aveva iniziato ad addomesticarsi e a sentirsi unica per lei. Mentre Anna...

Anna doveva percorrere la sua strada continuando a porsi domande e a non trovare risposte, a seguire il filo per uscire dal suo labirinto.
Lungo questa strada avrebbe trovato qualcuno con cui camminare un tratto insieme, per qualche tempo, condividendone la storia.
Anna "la guida" fu l’ultima a salire in macchina.
Prima però guardò verso il bel palazzo avorio dei Bennati, in alto, verso la finestra della camera di Clessidra.
 Oltre le leggere tendine chiare, sentiva che stava guardando.





FINE


°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°


  Conclusione

    Lettera a Martin
 


Martin, mi hai riconosciuta?
A tratti ho sentito la tua presenza . Ti ho intravisto qua e là, dentro il mio racconto. Accanto a Clessidra o a Mitria. Anche ,forse, vicino ad Anna. Quando partiva e non era più la guida. Ma io c’ero? Sai che non lo so più neanch’ io. E’ chiaro che la mia mente è in ogni parola. Ma scrivendo accadono magie. I personaggi funzionano solo in un certo modo, il loro destino è delineato. E allora, quando questo destino si compie, io dove vado? Chi sono?
Caro Martin, che serve interrogarsi, perdersi nei meandri della mente?!
Forse anch’io sono un’ombra, sicuramente lo sono quando mi rappresento.
Ma l’esistenza fonde i confini tra la luce e l’ombra nel tutto che io non so comprendere. Mi gira la testa!
Invidio i personaggi inventati, invidio la loro finitezza.
Ma posso farmi personaggio anch’io, esserti finalmente simile.
Mio caro Martin, ho già bisogno di ricominciare. Un altro personaggio, un’altra storia, un’altra vita.
 
Non so cosa scriverò, ma lasciami restare nel tuo mondo. Stranamente, di te ho fiducia.
Aspettami
Milvia



LE TESSITRICI ( Capitolo XV )


Capitolo XV
PARTIRE?

immagine di Paesaggi d'Abruzzo




(CHI FA LA GUIDA SEMPRE SOLA STA
E COME META SOL LA STRADA AVRA’)


Lola stava davvero male. Erano due settimane ormai che andava avanti così. Clessidra questa volta lo disse anche ad Anna, la guida. Che l’ascoltò attentamente, perché condivideva la sua preoccupazione.
La sera era bella e azzurra. L’aria tiepida e il cielo pieno di stelle. Lola si era seduta su una panchina di ferro, in giardino, vicino alle ortensie. Quando Anna si avvicinò, le fece posto.
-Che splendore!- Le disse- E’ proprio un bel posto.
-Sì- rispose Anna – Ma tu devi andare via, Lola. Devi curarti.
Lola rimase un attimo in silenzio, poi respirò profondamente tutta l’aria che nei suoi poveri polmoni poteva entrare.
-Se vado, tu sai che non tornerò più. Proprio ora che ho delle amiche. Proprio ora che avrei voluto fermarmi.
- Non ti lasceremo, verrò io stessa con te.
- Eh no! Non usarmi, sai! Tu saresti andata via comunque! Credi non l’abbia capito?
-Oh, Lola, Lola! T’avevo sottovalutata! Sì, io non posso restare a lungo qui. Morirei. Bella guida avete scelto!
-Tu ci hai portate e tu sei la guida. Ma per te sarà difficile restare.

immagina di Azione Creativa

-Vagherò sempre sola?
-Sarai sempre con qualcuno. Per fargli strada. No, non sarai sola. Ma non riesci a fermarti! Ovunque andrai, poi avrai voglia di andar via.
-Sai, Lola, c’è stato un tempo in cui ho avuto un marito, una casa, programmavo dei figli.
-E tuo marito ti ha lasciata! Sciocco, non sa cosa si è perso.
-Sì, mi ha lasciata. Mi aveva giurato che il suo amore per me non sarebbe mai morto. Ma mi ha lasciata.
- Succede, mia cara, succede. E’ la vita.
- Ma mi ha preferito un uomo, Lola! Capisci? Mi ha fatto anche vedere la foto. Davvero un bell’uomo! Quasi accarezzava quella foto! Ed era disperato per me, perché sapeva che ero cresciuta con lui, amando lui, conoscendo la passione con lui. Ma non m’amava più, non amava me.
-Che donna sono mai,  per averlo portato a questo?
-Anna era sull’orlo delle grida e del pianto. Aveva tutti i muscoli del viso contratti. Ancora, come una vita fa, doveva concentrarsi fortemente per non urlare. E non era solo per mal d’amore. Era per la rabbia,l’ incomprensione, l’orgoglio ferito, e l’impotenza. La delusione. Provava avvilimento e disistima. Solitudine inattesa, infinita e retroattiva.
Lola l’abbracciò, le carezzò le spalle e le sussurrò -  Non gliene volere, non gliene volere!
-Se ti ha detto che ti voleva bene, davvero te ne voleva. Non gliene volere!
Rimasero abbracciate un bel po’.
Poi Lola disse -Non puoi venire con me, hai bisogno della tua libertà. Verrà Rosa, sarà felice di farlo. Domani gliene parlerò.
E Anna- La tua volpetta addomesticata!


Lola chiese- E tu, che farai? Dove andrai?
-Tutti i posti hanno i loro racconti e i loro personaggi- disse Anna, quasi a se stessa- Ovunque andrò, scriverò. Parlerò di sentimenti. Il filo che cerco, forse passa attraverso le storie degli altri. Ci ritroveremo, Lola?
-Certo, cara! Stabiliremo un giorno da rispettare come fosse festa nazionale e torneremo tutte qui, tra queste ortensie, a raccontarci i nostri cammini!
-Sì, faremo così- finì Anna, con il pensiero già altrove.
Non c’era più niente da dire. Le donne restarono in silenzio a godersi la sera e guardare il cielo. Lola pensò- Quanta importanza diamo alle nostre vite! Ed ebbe voglia per un attimo di vedere tutto da lassù, da dove si scorgevano le stelle.
                                        




immagine reperita da web




LE TESSITRICI ( Capitolo XIV )


Capitolo XIV



foto dal sito su fb " l'invisibile"


IL MANIFESTO

(CON MATITE PENNELLI E COLORI
COMUNICANDO, NASCONO  FIORI)

Per tre giorni Rosa e la giovane muta lavorarono al manifesto. Avevano scoperto di saperci fare con le matite, i pennelli e i colori. Soprattutto la giovane muta, che dimostrava di avere un gran talento artistico.
Contemporaneamente, Rosa tormentava il dottore chiedendogli continuamente come si dice questo e come si dice quello, nella lingua dei segni. Le nostre due giovani tessitrici disegnavano e cercavano di comunicare e così, mentre il manifesto prendeva forma, imparavano a raccontarsi.
-Già!- pensava Rosa- Tanti sono i modi di comunicare. Anche la pittura lo fa, è come parlare a Marella.
Sì, perché nella testa di Rosa, la giovane muta continuava a chiamarsi Marella.
Le due” artiste “avevano disegnato il grande cancello di palazzo Bennati, con tutti i suoi meravigliosi ricami. Lo avevano disegnato metà  chiuso. L’altra metà aperta era attraversata da lunghe fila di ragazzi colorati che si sparpagliavano nel giardino pieno di ortensie. La giovane muta aveva esagerato con le ortensie, le aveva dipinte ovunque aveva trovato uno spazio vuoto sul manifesto.
Sopra la metà chiusa c’era una scritta bianca in corsivo, che si leggeva abbastanza bene, nonostante fosse sovrapposto al cancello nero.
 Diceva-  Libero ingresso al giardino del sapere!
Il manifesto finito era proprio bello. Coloratissimo. Un po’ naif.
 Ma bello.


LE TESSITRICI ( Capitolo XIII )



Capitolo XIII
LA SCUOLA







(BEN PIU’ REALE DEL RE
È IL NOSTRO “ FAI DA TE”)




A Reale le attendeva l’esperto.
Era uno psicologo anzianotto, con la barba bianca e lo sguardo dolce da nonno. Ci teneva a realizzare il suo progetto. Era il suo sogno. Era riuscito a ottenere un finanziamento, ma la cifra non bastava e aveva bisogno di collaboratori volontari. Il preside di Anna gli aveva offerto l’aiuto della sua scuola, per questo la nostra tessitrice lo aveva raggiunto portando con sé le sue amiche.
Reale è un nome assolutamente inadatto a questo paese.
Questo posto è un fantasma, un luogo assurdo, partorito troppo in fretta, perché possa essere vero. Senza futuro, perché senza passato; esistente per sbaglio, per un errato concetto di benessere. Un paese rubato alle sue radici, senza più storia e senza più senso. Rubato anche alla sua bellezza, perché la bellezza ha bisogno di tempo per essere coltivata e per crescere. Non basta riempire uno spazio, gonfiarne le dimensioni, per rendere un luogo attraente. Bisogna aspettare che dentro vi crescano un cuore, i nervi, una testa, la sua faccia. Solo allora lo spazio avrà la sua vita. Mille volte meglio abitare in tuguri diroccati e scomodi, ma amati. Mille volte meglio, che in questi palazzoni senz’anima, che ingigantiscono il senso della solitudine e dell’estraneazione. Dell’angoscia. Palazzi cresciuti troppo e troppo velocemente, senza lasciarsi segnare dalla vita di chi, suo malgrado, si ritrova a passarcela. E queste larghe piazze vuote non appartengono, come non sono sentiti propri i monumenti innalzati, soprattutto per dare gloria all’artista che li ha ideati.
Poco distante da Reale, piangono i ruderi della vecchia Reale abbandonata, che sarebbe stata pronta a resistere a tutto, ma non al disamore. E con lei soffrono anziani senza più posto per i ricordi e adulti senza appoggi per il futuro. E i ragazzi? Qui i ragazzi crescono in fretta. E vanno via anche in fretta. Perché senza le fondamenta le mura crollano. Il dottor Piero non voleva veder crollare i suoi ragazzi. Pensava, con la realizzazione della sua scuola, di puntellarli, di dare loro stabilità.
Aveva fede nel suo progetto. Pur essendo un senza Dio, era pieno di fede.
Il treno arrivò alla stazione di Reale che si stava facendo buio. Le donne scesero in silenzio, non era necessario scambiarsi commenti inutili. Sapevano dalla partenza che la meta che avrebbero raggiunto non era una località turistica per trascorrerci una  vacanza.
Le accolse il buon Piero con il suo più dolce sorriso, quando Anna, indovinando chi fosse, gli andò incontro. Mentre camminavano insieme, verso la fermata dei taxi, lui e le nostre tessitrici parlavano come vecchi amici. Complici.
Anna gli disse - Dovremo prenderne due, siamo in troppi.
E il dottore - E  meno male! Anzi, siamo ancora in pochi. Ma l’importante è iniziare.
I due taxi partirono l’uno avanti l’altro, andando dalla stazione, verso la bella collina verde, oltre Reale nuova e ai margini di quella vecchia. In alto si scorgeva l’antico palazzo Bennati, restaurato com’era prima che la terra tremasse.
La strada, uscendo da Reale nuova, saliva toccando appena la Reale disastrata, e poi continuava verso il palazzo. La vista della città morta stringeva il cuore: ormai si era fatta cimitero, testimonianza  del tempo oltre il tempo, non più vita, ma storia. Il verde cresciuto negli anni, con calma, tra un rudere e un altro, lasciava immaginare la bellezza dei luoghi integri un tempo, addolcendone l’atrocità del dolore per la distruzione subita. Qualche affresco affiorava con i suoi colori e le sue immagini ancora visibili, e s’indovinava dove una volta c’era una bella chiesa. Pezzi sparsi di antiche colonne e qualche statua monca affioravano, testimoniando  che il paese, prima della tragedia, era stato davvero degno di un re.


Dopo averlo appena sfiorato, quasi per non profanarlo, la strada s’incurvava dirigendosi in alto, verso la cima del colle. Alla fine della strada, nell’uno e l’altro ciglio, resistevano due panchine di pietra bianca che mostravano tutti i loro anni, tuttavia erano ancora ben salde, sotto un folto gruppo di pini dalle chiome elettrizzate ,che facevano la guardia graffiando il cielo.
Superati i pini, il belvedere da dove s’intravedeva, tra la foschia, la vallata che il treno aveva appena attraversato, appariva a sorpresa. E, sul belvedere, dietro un meraviglioso cancello di ferro battuto nero, ricamato come pizzo francese, c’era un giardino, con cerchi di pietre luccicanti stracolmi di ortensie blu, bianche e rosa, al culmine della loro fioritura.
In mezzo al giardino, l'edificio: erano arrivati, quello era il palazzo Bennati, lì avrebbero realizzato la loro scuola. E la bella immagine faceva ben sperare.
Veruska esclamò – Che meraviglia questo cancello! Un vero capolavoro! 
Quasi le dispiacque quando il dottor Piero, scendendo dal taxi, si apprestò ad aprirlo velocemente nascondendone la bellezza.
La giovane muta, attraversando il giardino, faceva mille gesti di gioia.
-Sì, brava!- le disse il dottore– Sono ortensie.
Rosa esclamò - Con chi sta parlando? Marella è muta, non se n’è accorto?
-Sta parlando – chiarì, il buon uomo - Siete voi che non conoscete la sua lingua! Non sapete che esiste il linguaggio dei segni? Non ditemi che non vi siete accorte! Si sa pure ben spiegare la piccola!
Continuò per un po’ a comunicare magicamente fitto fitto con la giovane muta e poi, rivolta a Rosa, disse - A proposito, non si chiama Marella.
Rosa, ridendo - E come? 
Il dottore, divertito, fece con la sua mano, curvando il pollice e l’indice, il segno di una mezza luna attorno all’occhio sinistro - Si chiama così! Non conoscete nessun’altra con questo nome, vero? Probabilmente l’hanno scelto per via dei suoi begli occhi azzurri.

Le tessitrici erano eccitatissime per la bellissima scoperta.
Anna pensava - Ci vorrebbe Mitria, cosa darei per sentire il suo commento!
Clessidra si avvicinò alla giovane muta e, fermandosi di fronte a lei, fece lo stesso gesto del dottore e poi la baciò sulla guancia. – Perdona la nostra ignoranza!- le disse con emozione.
Ed entrarono a braccetto nel palazzo, seguite dalle altre che parlavano concitate, riempiendo di echi le volte delle stanze e dei corridoi.
Il dottore esclamò - Finalmente un po’ di vita qua dentro!




 


mercoledì 25 aprile 2012

LE TESSITRICI ( Capitolo XII)


Capitolo XII

                                                    UNA FERMATA IMPREVISTA

(SORPRESA! SORPRESA!
QUALCUNA S’E’ ARRESA!)


immagine di Azione Creativa

Tania aveva un segreto: era innamorata! Ed era pure ricambiata.
Ma il suo bel ragazzo era del paese della zia che l’ospitava. Si’, quella del
- Come soffro! Oh, come sono infelice!                                                                    
Piuttosto che rimanere ancora con lei, aveva preferito lasciare il suo Oreste.                                   
Ma non passava minuto che non lo pensasse. 
Rifletteva:- Per chi metterò i miei orecchini? 

L’amica Veruska la rincuorava, dicendole che bisognava diventare donne emancipate e che era finito il tempo in cui si viveva sacrificando se stesse e si  rinunciava ai propri bisogni e alla felicità, solo per seguire un uomo.
Ripeteva sempre - Una sola vita abbiamo, mia cara!  Che sia la tua, non di un’altra persona!



immagine reperita da web

Il treno era arrivato a Fossotorto e le tessitrici, che sapevano che le fermate sarebbero state brevi, rimasero tranquillamente nello scompartimento a stiracchiarsi e chiacchierare. Ma furono avvertite che , per un guasto ai macchinari, c’era da aspettare almeno un’ora  prima di ripartire.
Fossotorto è un borgo medioevale delizioso, di cui non si parla mai per le sue minuscole dimensioni. Trascorrerci un’ora? Una meraviglia!
Le donne scesero, un po’ scocciate dal dover decidere su come impiegare quell’oretta. (Che poi, si sa, si dice un’ora ma …)

Bastò poco per consolarle: l’aria frizzantina e fresca per l'altitudine ( siamo sui mille metri)... il piacere della passeggiata dentro le viuzze, strette tra mura antiche, che giocano ad apparire e scomparire, intrecciarsi, duplicarsi e sorprendere con improvvisi e inattesi sbocchi su piazzette con immancabile fontanella canterina (e di acqua ce n’è davvero tanta! Anche nei cortiletti delle abitazioni che s’intravedono dai portoncini semiaperti, davanti al municipio, davanti alle due chiese dedicate una a S. Chiara e l’altra a S. Francesco, altre sparse qua e là con bell’effetto di cascatelle dai dolci rumori) … e la vista dei  monti attorno,  verdeggianti e  illuminati dalla dolce luce rosa di un bel tramonto tardo estivo.
Le tessitrici adorarono osservare, intrufolarsi, dissetarsi dentro quel simpatico borgo dal nome che sa di magia e d’avventura.








 
immagine di Paesaggi d'Abruzzo




Ma a Fossotorto era arrivato, per altre  vie, il disperato Oreste.
Innamoratissimo, dopo essere riuscito (Dio sa come!) a informarsi sull’itinerario del viaggio delle tessitrici, era arrivato al borgo, non sapendo il giorno preciso in cui avrebbe potuto incontrare il suo amore. Paziente, aveva preso alloggio nei pressi della stazione e, a ogni fermata del treno proveniente da Marina della Baia, correva a vedere.
A questa fermata però non fu puntuale, per via dell’oste che doveva portargli il conto e che ci mise una vita per scriverlo, tanto che Oreste stava per andarsene senza pagare.
Si consolò perché seppe del contrattempo e, immaginando che le donne stavano perlustrando Fossotorto, correndo, andava con il fiatone su e giù per le scalette gridando - Taniaaaaa! Taniaaaaa! Taniaaaaaaaaaaaaa!
L’eco camminò nei vicoli e raggiunse la piccola, che cominciò a ridere, a ridere, a ridere,  singhiozzando forte, più di un pianto.
Il singhiozzare s’incanalò di vicolo in vicolo e raggiunse "l’Oreste innamorato".
Scena madre con mille baci e stritolamenti fortissimi!
Veruska stette zitta.
-Una di meno alla meta!- Avrebbe commentato Mitria.

LE TESSITRICI ( Capitolo XI )


Capitolo XI

LA META: VICINA?


immagine reperita da web

CIUF! CIUF! SU UN BINARIO  
 IN UN MONDO TANTO VARIO  
CE NE ANDIAM 
FILANDO VIA
SENZA ALCUNA  NOSTALGIA


Le quattro del pomeriggio. Il tempo era volato.
Bisognava raggiungere la stazione, il loro treno stava per partire.
Le tessitrici ci arrivarono trafelate  per non perderlo. Il colmo, dopo aver tanto aspettato. Ma fecero in tempo .
Si sistemarono nello stesso scompartimento, non facendo caso ai sedili troppo duri e neanche alle chiamate e ai fischi che precedettero la partenza, prese com’erano dallo scambiarsi i piccoli acquisti fatti alle bancarelle, per vederseli l’un l’altra.
Anna interruppe i vari - Com’è carino questo foulard !  Che bella questa camicina !Che meraviglia questa cinta!-Uh! Quanto mi piacciono questi orecchini!
... e disse quasi urlando -Basta perdere tempo! Chiariamoci le idee!










immagine di Azione Creativa


Così ...mentre fuori dal finestrino scorreva l’immagine del mare in fuga ,e della spiaggia che cambiava velocemente il suo volto, mostrando ora una coppietta abbracciata, ora uno stabilimento in festa, poi un bambino con il suo cane, due donne anziane con grandi cappelli, una pineta verdeggiante sul cui bordo stazionavano donnine in attesa, e un’altra pineta più spelacchiata e bruciacchiata, e infine, si allontanava sparendo e lasciando entrare negli occhi le colline sempre più tonde, rivestite a festa, con campi di grano d’oro spruzzati di  papaveri rossi e verdi vigne stracolme di pampini nuovi e teneri acini d’uva ancora aspri …
… così cercarono di accordarsi sulle cose da fare e su come comportarsi quando sarebbero arrivate a destinazione.




immagine di Azione Creativa


Anna piaceva al preside della sua scuola.
-Questa donna – pensava di lei -  ha davvero la “vocazione” per l’insegnamento.                                      
 Ma finivano sempre per litigare! E l’ultima litigata era accaduta davanti a troppi testimoni.
Il preside era stato costretto a prendere un provvedimento. Per non rimetterci la faccia.
E' vero che le aveva chiesto le sue dimissioni,  tuttavia, contemporaneamente, le  aveva proposto un delicato incarico, non soltanto per  allontanarla, ma anche perchè era persona affidabile e sapeva che avrebbe svolto bene il suo compito .
                                                                                                                           
Pensava- La scuola non può perdere un così valido elemento!
L’incarico offertole attraeva Anna. Le permetteva pure di spostarsi e respirare aria nuova. Ne aveva bisogno. Da un po’ di tempo, si sentiva davvero soffocare.
Però disse “ni”, era troppo delusa e arrabbiata per lasciarsi andare all’entusiasmo.
E impose, coinvolgendole, le tessitrici: non se la sentiva di partire e fare tutto da sola.     
La scuola sperimentale da avviare a Reale, tra un paese ormai morto e un altro mai nato, avrebbe richiesto grande creatività e saper fare, le qualità delle tessitrici.



immagine di Azione Creativa



Era ormai da un bel po’ che discutevano del progetto. Le donne sentirono il bisogno di una pausa.                                                 
Clessidra disse piano a Simona -  Lola non sta bene. Vedi? Ha l’affanno. E i colpi di tosse non vanno via.
Simona sussurrò- L’aiuterà Rosa, non la farà stancare.
Intanto il treno proseguiva veloce. Dopo aver lasciato il mare ed essersi inoltrato tra colline coltivate a grano e a vigne, s’inoltrava in un paesaggio diverso. Meno naturale, pieno di cartacce e cemento. Pareva pure facesse più caldo.
La meta vicina? No, lontana. Ancora molto lontana!
Clessidra, stanca di guardare, con la sua chitarra tra le braccia, la testa reclinata sullo schienale, dormiva beatamente.

LE TESSITRICI ( Capitolo X )


Capitolo X

TANIA
immagine di Azione Creativa

(CON GLI ORECCHINI, UH! COME SON BELLA!
PIU’ CHE TUA FIGLIA, MAMMA,SON  TUA SORELLA!)

Veruska andava d’accordo con Tania. Forse per via degli orecchini che creava. C’era una certa somiglianza tra le loro attività. Spesso le due donne si scambiavano informazioni sugli strumenti che usavano, sulle temperature giuste per la fusione di quel tal metallo o dell’altro, e poi sulle vernici e i lucidanti e i colori da abbinare e come rendere leggeri i lavori o farli diventare più pesanti e sull’eleganza e sulla storia dei loro mestieri e sul prezzo da chiedere e sul tempo occorrente per mettere a puntino certe tecniche.
Ma avevano caratteri diversi. Tania aveva iniziato ad amare gli orecchini quando, piccolissima, si rifugiava sotto il grande pino a giocare con la creta molle e con i suoi aghi.
Voleva copiare la mamma che portava dei pendenti d’oro, gli unici oggetti preziosi che possedeva, ma che non toglieva mai.                                                                        
 - Le cose belle vanno godute!- diceva – Anche se stai a zappare!
A Tania la mamma sembrava bella. Non faceva caso alle mani screpolate, alle calze troppo spesse e un po’ rotte. Era bella, oltre questo. I bimbi sanno vedere le cose. Per questo si costruiva i suoi orecchini di aghi di pino e creta e se li appendeva ai padiglioni della orecchie. Poi camminava, ammirandosi come se vedesse la sua immagine riflessa in un grande specchio. Sì, anche lei era bella, anzi bellissima!
Aveva una collezione infinita di orecchini. Di tanto in tanto, siccome si spezzavano sempre un pochino, li finiva di rompere, e continuava a farne.
Quanto le piaceva vivere con la sua mamma! Ma dovettero portarla da una zia zitellona, perché il papà si era ammalato e aveva bisogno di cure.   

immagine di Azione Creativa
                          
 Alla piccola Tania avrebbe badato la zia piagnona. Quella del- Oh, come soffro! Oh, come sto male!
Così crebbe con lei.
 La mamma l’andava a trovare e le diceva- Pazienza amore mio, ancora un poco di pazienza! Presto ti riporto a casa.
Ma a casa sua non tornò più.
Rimase in quella, dove non poteva mostrare di essere felice, se no la zia diceva-  Ma non hai rispetto per me che sto male? Per favore va a ridere di là!
Né poteva far vedere la sua tristezza, se no la zia diceva -  Ma che egoismo! Che dovrei fare allora io? Neanche immagini quanto sto soffrendo!
Da tagliarsi le vene. Da fuggire lontano.
Comunque, la zia malaticcia sopravvisse al padre e alla madre.  
                          
Quando Tania capì che non aveva più qualcuno da cui tornare, si ammalò lei. Provava improvvisi brividi lungo la schiena e poi sudava come fosse una fontanella lasciata aperta. Gli attacchi di panico diventarono sempre più frequenti e gravi.
Non c’era altro da fare, a costo di passare per ingrata, doveva ascoltare il suo corpo che rifiutava di rimanere. Dovette andare via.
Disse sì alle tessitrici e, come Veruska, partì con loro..