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sabato 1 giugno 2013

IL MIO AMICO




IL MIO AMICO
( scelto per essere pubblicato dalla casa editrice  Aletti)
 
Io ho un amico.
Lo vado a trovare ogni venerdì, dopo il lavoro. Se è bel tempo, ce ne andiamo a spasso nel giardino dietro l’ospedale, e parliamo un po’. Certe volte nemmeno parliamo, ma ci sorridiamo soltanto.
Il mio amico è un po’ diverso dagli altri amici. Lui vede cose che altri non riescono a scorgere.
Alcune volte coglie fiori dal pavimento e me li regala, altre parla con il mio cagnetto, che porto sempre con me, perché me ne hanno dato il permesso.
Ma ci parla davvero, anzi abbaia, modulando la sua voce secondo il discorso che fa. E Bobby risponde a tono.
Una volta, invece si è accoccolato impaurito tra le mie braccia, con un’espressione piena di terrore, gridando:
-Lì... lì... mi vuole ammazzare! Guarda lì, dietro la tenda, ha un coltellaccio in mano!-
Io non riuscivo a vedere niente, ma sentivo la sua paura, allora l’ho stretto tra le mie braccia, e ho cantato la canzoncina che gli piace tanto, però sottovoce e lentamente:
-Questa di Marinella è la storia vera…
Quando la canto, lui si tranquillizza sempre. Non si accorge che è una canzone triste, ne sente solo la dolcezza.
Dolcezza! Il mio amico ha bisogno di questo, della medicina più efficace di qualunque altro farmaco.
Io ho un amico e il mio amico ha me.
E' bello condividere con lui emozioni e sentimenti.
Le mie braccia sono sempre pronte ad accoglierlo e rassicurarlo, quando quello che è “normale” per altri, per lui è motivo di paura. E lui si fida di me, si lascia abbracciare e coccolare. Mi ascolta.
Caro amico, che porti dentro di te i segni della tua diversità! Non so che cosa esattamente tu riceva e abbia ricevuto da me in questo lungo periodo in cui siamo diventati amici .
Voglio invece spiegare ciò che ho ricevuto e ricevo io.
Ero appagata, ma spesso annoiata: vita normale, buon lavoro, partitine con gli amici, il mio cane, la mia casa, i miei affetti.
Ma talvolta un poco di malinconia… là in fondo al cuore, dove nessuno poteva vederla.
Malinconia del mio "io" di piccola bambina.
Ecco quello che il mio amico del venerdì mi dona, con lui ritrovo il mio piccolo "io" di bambina.
Lui si fida di me, e io di lui.
Mi vuol bene e anch'io gliene voglio, non lo giudico e non mi giudica, non vede forse le mie qualità, ma neppure i miei difetti.
E’ un amico e basta.
Il venerdì, a ogni incontro, sento il mio cuore battere dalla gioia, i miei nervi distesi, riacquisto la purezza di quando ero piccola, e ritrovo la serenità.
Venerdì scorso siamo rimasti in camera. Faceva freddo, scendeva pure qualche fiocco di neve.
Sergio, il mio amico, ha detto - Guarda quella porta a forma di arcobaleno, entriamo? -
Ed io ho visto la porta, c’era davvero!
Allora, senza rifletterci un attimo e senza meravigliarmi, l’ho preso per mano e il mio amico mi ha donato la possibilità di entrare in un mondo meraviglioso.
E’ stato come se l’arco dell’ingresso fungesse da trasformatore: il paesaggio era diverso, ma anche noi lo eravamo.
Sergio è subito apparso sicuro di sé: gli occhi luminosi, e sul volto un sorriso sincero e invitante. Ha afferrato la mia mano e ci siamo inoltrati lungo un sentiero bianchissimo, che si estendeva in mezzo a prati fioriti e grandi alberi frondosi, sovraccarichi di frutti dai mille colori.
Un profumo inebriante di fiori, di frutti, di primavera mi riempiva i polmoni, ma la cosa più sorprendente era il senso di serenità che riempiva la mia anima in questo paesaggio da fiaba.
Siamo arrivati a uno spiazzo attorniato da peschi enormi e ci siamo seduti su una panchina posta proprio sotto un albero fiorito.
-Vedi, amica mia - mi ha detto Sergio guardandomi negli occhi e tenendomi le mani: -Questo è il mondo dove vivo davvero e qui mi rifugio ogni volta che posso.-
E ha continuato con una voce chiara e profonda che non avrei mai immaginato di poter sentire da lui:
-Sono costretto a vivere in ospedale e, se non fosse per te che mi sei amica e che mi hai capito, nessuno si ricorderebbe di me.
-Qui, ritrovo me stesso, posso vivere le mie emozioni che, di là, sono oscurate dalle convenzioni e dall’ignoranza degli altri diversi. Non esistono i diversi, amica mia! Siamo tutti uguali, ognuno di noi ha un posto-rifugio come questo.
C’è chi lo vive ovunque e chi, come me, meno fortunato, deve cercarlo dentro l’anima ogni volta che vuole rinfrancarsi dal mondo degli altri.-
Ora, ero io a essere fragile, avevo voglia di piangere, queste parole, e l’espressione di infinita dolcezza con cui Sergio mi guardava, mi facevano tremare il cuore.
Finalmente ho capito!
Ho compreso appieno il mio amico bambino e anche il mio desiderio di tornare all’età della spensieratezza, quando nulla poteva intaccare quell’allegria che mi era naturale. Nulla, se non la paura che ogni piccolo ha quando si trova di fronte all’ignoto o subisce ingiustizie.
Ecco perché mi rende felice andare a trovare il mio amico, dargli fiducia e quell’affetto di cui pare assetato, e lui, senza saperlo, mi ricambia intensamente e con più forza.
Attendo il venerdì con impazienza, e comprendo l’insegnamento che la volpe
impartisce al Piccolo Principe sul valore dell’amicizia.
Solo che noi due ci siamo “addomesticati” a vicenda, siamo entrambi sia principe, sia volpe.
Venerdì scorso, so bene che siamo tornati nella stanza dell’ospedale, ma non so dirvi dopo quanto tempo.
Bobby non era venuto con noi, lui non ne aveva bisogno.
Era rimasto ad attenderci, buono buono, accucciato nella camera di Sergio, ai piedi del suo letto.
Non so dirvi nemmeno come abbiamo fatto a riattraversare la porta arcobaleno, mi sono resa conto di averlo fatto guardando il volto del mio amico. La trasformazione esteriore era di nuovo accaduta. Aveva il suo solito sguardo impaurito, che racconta e mostra una fragilità mai sconfitta.
Ma per il mio cagnetto non era cambiato niente, per Bobby non c’era niente da “cambiare”.
Si è svegliato e ha scodinzolato come sempre, con amore, per la gioia di vederlo.
( scritto per Fantasia in Rete, in collaborazione con Daniela Bonifazi, Francesco De Gaetano, Lalla Tosi e la sottoscritta Milvia Di Michele)
 

MIA MADRE

premio Anna De Martini per la sezione dedicata alla madre




MIA MADRE

 


Madre mia dammi il volto da dipingere,
ora che madre sono e non più verde,
la storia tua mi sembrerà di scrivere.
-Guarda!... Il cordone più sangue non perde.-

 

Madre mia dammi il volto da dipingere,
 
sguardo, capelli, rughe: la tua storia,
comprendo infine il modo tuo di fingere,
impressa dentro ho la tua memoria.

 

La storia tua mi sembrerà di scrivere,
nel viso tuo, la linea mia confusa,
ti sono figlia e madre per rinascere,
la gatta che t'allatta e fa le fusa.

 
Ti vivo come origine e ti creo,
-guarda, il cordone più sangue non perde-
del tempo il corso gira a marameo,
brucia la legna secca, non la verde.


 
Ora che madre sono, e non più verde,
ti leggo come palmo della mano,
niente colori, segno che si perde,
la mia carezza cerca te, lontano.

venerdì 31 maggio 2013

UNA BUONA NOTIZIA

UNA BUONA NOTIZIA
Favoletta minima di Serenella Menichetti e Milvia Di Michele

Poco ma poco tempo fa, l'ennesima e ultima foglia cadde dall'albero di ciliegio, che rimase con la chioma completamente spoglia. Albertino lo guardò dispiaciuto. Poi disse a babbo Paolo: - Hai visto babbo, anche l'albero adesso è calvo, proprio come te. Il babbo sorrise.
Albertino, il giorno seguente a scuola, apprese ...molte notizie dalla lezione sugli alberi, che la sua maestra aveva tenuto quella mattina in classe.
Quando tornò a casa era così felice che il sorriso gli partiva dall'orecchio sinistro per poi finire al destro e viceversa.
- Babbo ti devo dare una bella notizia. disse con voce squillante, rivolgendosi al genitore. -Da oggi non dovrai essere più triste per la tua calvizie- continuò Albertino con gli occhi scintillanti di felicità.
Perché? Chiese Babbo Paolo curioso. - Perchè a primavera avrai la tua chioma più folta di prima- Tranquillo me l'ha detto la maestra, concluse Albertino.

Il babbo Paolo esclamò:- la mia primavera sei tu figlio mio, e infatti: vedi quant’è bella la tua chioma? Folta e gagliarda!-
-Oh babbo! Ma e la mamma?.. Lei ha i capelli belli belli?-
-La tua mamma è un sempreverde!- fu la brillante risposta – E mi raccomando, domani fattelo spiegare dalla tua maestra ..cos’è un sempreverde!-

sabato 23 marzo 2013

UN AMORE DI... VINO








UN AMORE DI... VINO (racconto terzo classificato al concorso " Giallo in cantina)

Era ora che si accorgesse di me signor commissario !
Il mio nome è Evaristo e sono al servizio della famiglia Braccolini da quasi quarant’anni, da quando ancora c’era il signor Conte. Sono il maggiordomo.
Volete sapere com’è andata? Bene, vi narrerò la mia versione.

C’era gente a cena ieri sera, gente importante, come vi avranno già detto. Si festeggiava il quarantesimo compleanno della signora.

Una cena intima, solo per i parenti e gli amici più intimi. La signora non ama gli sfarzi. Ma era un compleanno da festeggiare, finalmente nella famiglia Braccolini era tornato il sereno!

Tutto pareva tranquillo, pure la tempesta del giorno prima si era placata.

Gli invitati parlavano con garbo e quasi sottovoce, eleganti e pronti a gustare i cibi raffinati, le prelibatezze che già si annunciavano tali dal profumo delicato che proveniva dalla cucina.

Si accomodarono intorno alla lunga tavola ovale, bellamente apparecchiata.

Non c'erano bimbi, quella cena sarebbe durata fino a notte inoltrata e non era il caso di trattenerli.

Io ero preoccupato, la signora mi aveva dato personalmente la lista dei vini da portare a tavola e le indicazioni di quando servirli e quali bicchieri usare. Si era anche raccomandata - Si ricordi bene Evaristo, il primo assaggio va fatto dal padrone di casa! Si ricordi, serva pure il conte per prima, poi attenda il suo gesto prima di continuare. Non lo dimentichi!-

Andai a prenderli personalmente nelle cantine. Erano vini d’annata, produzione della famiglia, coinvolta da decenni nella coltura e lavorazione delle uve, come ben lei saprà. Alta qualità non c’è che dire. E per un evento importante, vini importanti. Uno in particolare mi colpì: datato 1997, vigneto Braccolini, rosato, cimelio di famiglia. La bottiglia la prelevai intatta, con la sua copertura polverosa, alle diciannove in punto, e la stappai un’ora prima di essere servita, alle venti.

Ora lei, signor commissario, si starà chiedendo se qualcuno ha avuto modo di avvicinarsi a quella bottiglia. Le assicuro di no. Sono io l’unico a essersene occupato, l’unico ad averla toccata. Mi rendo conto, lo so, che questo fa di me il sospettato per eccellenza; e forse non a torto.

Ma le giuro! Io sono innocente.

Quando fu servita la faraona al forno, io stesso presi la bottiglia stappata e la versai al conte. Non dimenticherò mai quel momento.

Ricordo che prese il bicchiere, sorseggiò con garbo e, mentre io aspettavo il suo cenno per continuare e servire la signora contessa, vidi la sua espressione diventare un ghigno, poi si contorse e cadde riverso sul tavolo facendo cadere posate e bicchieri. Morto. Era morto!

Ma chi poteva aver voluto la sua morte? La moglie che lo aveva accompagnato per mesi da un ospedale all'altro, consumandosi di dolore per quella strana malattia che lo debilitava? CHI?

Tutti lo amavano e, quando si seppe guarito, il cuore si riempì di gioia a chiunque l'avesse conosciuto. Al figlio adottato, al socio che gli era quasi fratello, agli amici che gli erano fidati perché era sempre sincero e generoso. CHI?

Però io avevo scoperto un segreto, non volendo avevo sentito un discorso tra il conte e la contessa che ... ecco io giurai di portare con me nella tomba... ma ora...ora mi sento costretto a rinnegare il mio giuramento e Dio mi perdoni, ma vi dirò la verità.

Una sera, mentre servivo la camomilla in camera alla signora contessa, la sentii piangere e mi fermai fuori dalla porta. Il signor conte parlava di certi problemi, intimi, mi capisce signor commissario, e di quanto lui si sentisse frustrato e inadeguato dopo la lunga malattia e, insomma, voleva farla finita. Poi il tono delle voci si abbassò e non sentii più niente; bussai, servii la camomilla e tornai alle mie faccende cercando di dimenticarmi dell’accaduto.

Nei giorni successivi notai la morbosità con la quale la signora contessa seguiva il marito in ogni suo spostamento: lo accompagnava ovunque, a tavola lo serviva personalmente, spesso compariva in cucina a controllare non si sa bene cosa.

Raramente il signor conte riusciva a sottrarsi all’attenzione della moglie, rifugiandosi nelle cantine; e di ciò sono complice io, in quanto mi chiedeva di coprirlo.

Non sapevo cosa facesse. Ora lo so. L’ultima raccomandazione del signore fu –fai tutto ciò che ti dice di fare mia moglie- e così ho fatto.
Ora, mi creda signor commissario, non c’è mai stato nessuno screzio fra il signor conte e il resto della società e credo che l’orgoglio e la dignità di una persona chiedano discrezione.
-Sì, ma qua si tratta di omicidio signor Evaristo !-
No, signor commissario, si tratta di amore…"

Io sono Evaristo, il maggiordomo della famiglia Braccolini. Finalmente ho detto la "mia" verità sulla morte del conte.

Nessuno pagherà per la sua fine pietosa. Neanche la signora contessa, che porta dentro la sua anima un grande peso, il suo ultimo atto d'amore.

Come il mio. Inconfessato. Inconfessabile.
 
(Cecilia Bonazzi e Milvia Di Michele)





giovedì 21 marzo 2013

Gli Intoccabili ( BINOMIO)


GLI INTOCCABILI ( BINOMIO) 

 


 

"Saluto gli intoccabili...
sono tutti invincibili,
terribili, terribili.
Bisogna essere agili,
ed anche imprevedibili,
per essere intoccabili.
Poi però quante lacrime,
se dicono -ora toccami!
- Saluto gli intoccabili...
sono tutti invincibili,
terribili, terribili. "
 
 

Era di nuovo ubriaco. Sicuramente. E canticchiava cose senza senso, barcollando nella notte come dentro una favola tetra.

Un sommelier che si era degradato squallidamente fino a ingurgitare di tutto, dimenticando quanto fosse magnifico degustare i vini nel modo giusto, con le pietanze giuste, con la giusta temperatura.

Così si puniva per quello che aveva fatto. Era come suicidarsi, toccare il fondo, rotolarsi nella melma.

-Ah! Maria...Maria...- sospirò.

Girò oltre l'angolo di via Marguzzi e si diresse verso il lungofiume.

Dopo tanto vino cercava lo scrosciare dell'acqua tra le rocce, in quel punto dove il terreno cede e offre al fiume un dislivello che toglie un po' di monotonia al suo cammino.

Il suo locale andava alla deriva. Gli aveva dedicato gran parte della sua vita,  ora lo lasciava andare  come il fiume che scorre per i fatti suoi, nella notte, verso un mare assente allo sguardo.

Binomio era il nome del vino: dolce come il Paradiso e goloso come il peccato.

Lo aveva scelto Maria quel nome, quando glielo aveva fatto assaggiare nella grande coppa di cristallo. Lo aveva osservato in trasparenza, con i suoi occhioni languidi, poi aveva avvicinato all''orlo del bicchiere le labbra rosse come fragola matura, morbide morbide, come quel vino che aveva aperto una mezz'oretta prima e scaldato vicino al calorifero, solo per lei, pregustando il suo piacere che lui stesso avrebbe provato, bevendo con il suo sguardo ogni minimo gesto della bella donna.

Binomio. Ma non sapeva che oltre a farle vivere il Paradiso, subito dopo l'avrebbe condotta all'Inferno.

Gli Intoccabili lo avevano imbrogliato, lo avevano convinto che Maria sognava di fare l'amore con lui perchè sapeva tanto gustare le finezze del palato, e che era il caso aprisse per lei il suo miglior vino...oh! Immaginasse ben lui perché.

Lui l'amava dalla prima volta che era entrata nel suo locale, così sinuosa nel suo vestitino nero e i capelli ricci a cascata che le scendevano sul collo, quasi a indicare la meraviglia del triangolo profondo della scollatura che mostrava la bianca schiena nuda.

E Maria era davvero innamorata di lui, si fidava di lui. Non degli Intoccabili che la vestivano d'oro, ma per venderla.

Sciocco, terribile sciocco.

Quando la portò in camera, lei rideva di gioia, gli si offriva come una sposa bambina, come panna sulla cioccolata quando ci disegniamo pure un cuoricino. Provò il sapore del paradiso, non voleva altro.

Fu quella banconota che la portò all'Inferno.

Non pianse, non disse niente, andò al bagno e non uscì più.

O meglio, la fece uscire lui, ma ormai era andata via, gli aveva lasciato il suo corpo, visto che la sua anima non l'aveva voluta.

Accorsero gli Intoccabili, la misero con dei pesi in un sacco di plastica nera, e poi, lì, nel fiume, che va verso il suo mare assente allo sguardo.

Maria...con le labbra così morbide, come una fragola matura.

Ora la raggiungerà.

Ha scritto una lettera indirizzata alla polizia, racconta di come sono andate le cose, degli Intoccabili che la sfruttavano.

Mentre si butta giù la vede che ride, che le si offre come panna sul cioccolato, a forma di cuoricino.

Binomio d'amore, d'Inferno e di Paradiso.

Ma Maria ride per davvero. Ora veste di rosso e fuma la sua lunga sigaretta, con lo sguardo beffardo.

Tra le mani una busta gonfia di banconote.

E' riuscita a farlo impazzire e gli Intoccabili l'hanno pagata profumatamente. Ora non potrà più testimoniare sulla loro attività e sugli incontri malavitosi che avvenivano nel suo locale, sull'Intoccabile eccellente che frequentavano.

Non sapevano che un vero sommelier non si accorge di tanti particolari esterni a lui, quando sta occupandosi di servire amorevolmente un buon vino. Forse solo il profumo di una bella donna potrà distrarlo davvero. E trascinarlo in un sogno.

Binomio d'amore.

D'Inferno e Paradiso.






 
illustrazione del maestro Luperini


Il commissario De Ruggeris aveva fatto pedinare Maria, sapeva che prima o poi l'avrebbe condotto dagli Intoccabili, aspettava migliori informazioni prima di intervenire...aspettava... ma si pentì amaramente di aver aspettato tanto...forse, se non lo avesse fatto, ora il nostro sommelier innamorato sarebbe ancora nel suo locale di nicchia a servire preziosi vini, profumati come una bella donna.

Alzò la cornetta e compose un numero...ciao cara...sì sono io...sì sto arrivando a casa.